#traveldiary #LondonStories :: I need to make a call

Sono seduta da Starbucks, davanti alla British Library, a King’s Cross.
Ho appena finito il mio frappuccino al cioccolato e ho appena creato una lista di libri su come scrivere un Business Plan dal catalogo della più famosa e bella biblioteca di Londra.
Fuori è sereno e la temperatura è mite, con il sole pronto a tramontare: è quasi Primavera e la si sente nell’aria, se non contiamo i livelli di smog e l’odore di birra scadente in certe viuzze della città.

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Nella mia testa, da qualche giorno, avevo cominciato a pensare che questo blog l’avevo trascurato per troppo tempo, la mia creatura si era fermata dal 17 gennaio scorso e ne sentivo la mancanza, per quanto stia costruendo un bel pubblico su Facebook grazie alla mia Pagina. A mia discolpa posso dire che il Master in Fashion che sto frequentando è impegnativo -eufemismi..- e che fino a ieri ero occupata a destreggiarmi tra ricerche, progetti da consegnare, saggi da scrivere, ricerche, conferenze, letture, ricerche, progetti, sfilate a cui partecipare.
Da oggi sono “in vacanza”, nel senso che invece di lasciare l’Università alle 23 posso lasciarla alle 19 e che la mattina posso non sentirmi in colpa se evito di mettermi la sveglia. Perché tanto l’orologio biologico è talmente ben organizzato che giuro, l’allarme non mi serve. E che comunque avrei da studiare, per quel Business Plan per cui sto facendo mille ricerche in biblioteca.

Dicevo “sfilate a cui partecipare”. Credo di dover fare qualche passo indietro e spiegarvi un po’ da dove esce tutta questa mia mondanità.Molti di voi lo sapranno e altrettanti di voi no: dopo la mia laurea in Fashion Design, ho preso la seria e coscienziosa decisione di fare la designer freelance. Un’idea malsana da portare avanti in Italia, per la quale avrei dovuto vendere un rene ed un polmone e allo stesso tempo chiedere un prestito per riservarmi un posto in Paradiso e ancora non sarebbe stato sufficiente per sopravvivere.
Così ho iniziato semplicemente disegnando le mie collezioni e curando la collezione di laurea “Contemporary Nómadas”, che ora è diventata un progetto a lungo termine. Poi mi sono trasferita a Londra dopo un anno e lavorando da Zara a tempo pieno, non avevo la possibilità di lavorare ai miei progetti. Solo quando ho iniziato il Master ho ripreso in mano tutto, maturando la possibilità di aprire partita Iva in Regno Unito e stabilire la mia Company qui.
Non essendo comunque un’impresa semplice, il primo passo fatto per saggiare il terreno è stato “collaborare” con una band emergente londinese The Cure-style prestando uno dei miei cappotti per il loro primo videoclip. Un contatto che mi aveva elettrizzata tanto che non stavo nella pelle.
Il video è uscito i primi di Febbraio e io, seduta alla mia scrivania al Dipartimento di Design e chiamati a raccolta alcuni miei compagni di corso per condividere la mia felicità, credevo di aver fatto finalmente il primo passo per far conoscere le mie creazioni. Il video comincia, carino ed originale, finisce con i credits, il mio nome trasformato in LLARIA MININISSI.
Il silenzio interrotto con vari “Oh shit” e “Motherfuckers!” di circostanza.
Da qui l’oblio, ecco perché non ho mai detto il nome della band, non ho mai fatto pubblicità a loro nè al video. Ho esposto il problema del mio credit, per cui avevo fornito nome e cognome scritti in stampatello, ricevendo come risposta un “eh ma la regista ci ha lavorato così tanto, che non credo vorrà rimetterci mano!” con la conseguente sponsorizzazione del video su Facebook.
Tralasciando gli improperi, ho imparato che non è tutto oro quel che luccica, che puoi vederti offerto un lavoro pure su Instagram (assieme a Twitter e LinkedIn) e che non è che una si professa videomaker allora automaticamente è una professionista.
Debellati dalla mia lista per collaborazioni future e cancellato il video dalla mia vista (No, non lo pubblicherò MAI), sono andata avanti.
La seconda collaborazione a cui sono stata chiamata -tramite Twitter- è stata da parte di “un’agenzia eventi” con a capo un’unica persona che ha preteso di organizzare un evento artistico (il quale riguardava moda, musica, visual art e danza) senza budget in venti giorni, chiamando collaboratori for free per organizzarlo, mentre lui…. non si sa cosa facesse.
Tralasciando com’è stato organizzato di merda, una nota positiva c’è: per puro caso, controllando la pagina Facebook di una modella, ho visto la pubblicità di una sfilata in cui si cercavano designers che volessero promuovere le loro collezioni.
Il colpo di fulmine! Senza pensarci due volte ho spedito una mail all’indirizzo indicato con tutte le info richieste e ho incrociato l’incrociabile per essere selezionata. Sarebbe stato bellissimo propormi ufficialmente come designer a questa sfilata organizzata a Southampton! Organizzata dagli studenti di Management e Marketing della Southampton Solent University, in collaborazione con l’organizzazione charity Mermaids, che da supporto a famiglie e bambini con disturbi della personalità, il tema principale era proprio il concetto di Gender e androginia e i designer erano selezionati in base a come lo interpretavano nelle loro collezioni.
Sono stata selezionata e da quel giorno per tutto il mese successivo fino al 25 Marzo scorso, data della sfilata, ho avuto uno scambio fittissimo di Email con l’organizzazione che non ha lasciato nessun dettaglio al caso, lavorando con professionalità.
Di questa sfilata, però, mi piacerebbe parlarvi di più non appena avrò le foto e i video ufficiali, vorrei parlarvi delle mie impressioni e della città e di come ho incontrato un vecchio compagno di scuola che non vedevo da 10 anni, trasferitosi proprio lì per studio.
Quindi non perdetevi il prossimo post! 🙂

Tornando alla questione “mondanità”, ieri ho partecipato ad un’altra sfilata, questa volta come blogger, organizzata dall’agenzia London Fashion Kick, agenzia tutta Italiana che ha fatto un lavoro altamente professionale. Ma anche di questa sfilata vorrei parlarvi in un altro post dedicato. Non perdetevi gli aggiornamenti sulla mia Pagina quindi! 🙂

Insomma, questo 2015 è iniziato nel migliore dei modi: ho partecipato a due sfilate, sto costruendo la mia rete contatti, ho creato la Pagina su Facebook del mio label Hilarie Minu, apposta per la sfilata di Southampton, realizzando anche il logo.
Ora posso dire che il 2015 è ufficialmente l’anno d’inizio della realizzazione del mio sogno più grande e l’anno della realizzazione di tutti gli altri sogni che avevo messo nel cassetto.

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Piano piano, definisco me stessa e il mio ruolo, Londra non fa più così paura come all’inizio e ho imparato a trattarla giustamente e con rispetto.

Ora fuori è l’ora del tramonto e i colori sono proprio questi che vedete negli scatti di ieri dalla stazione di Blackfriars, prima di prendere il treno per la sfilata. Nel caos e nella fretta della metropoli, è importante crearsi il proprio spazio vitale e i propri momenti in cui tutto rallenta, perchè impegnati ad ammirare luci e colori come questi.

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ilariaminiussi

She's italian, she lives in London, she got red hair, she's a fashion designer but she's not a fashion blogger. She writes about her passions, she dreams about Love and she do loves travel, fashion and italian wine&food.

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